Una candela per i suoi occhi

1 Posted by - 22 marzo 2016 - Editoriali

Alla bambina che non sono più faccio vedere una pellicola muta, proiettata sul muro della sala da pranzo. Scene di sorrisi e battimani, di smorfie e balli. Il calore di quel tempo passato non si avverte nel silenzio di quel nastro, ma il suo ricordo riaffiora vivo. Mi dico fortunata. Mi dico grata. Perché alla bambina che non sono più le immagini che vengono mostrate ogni giorno, in stereofonia, urlano di dolore e di rabbia. Di bambini che non sono più perché in fondo non sono mai stati.
E la testa mozzata di quella piccola, la cui innocenza è stata violata dalla follia, corre su e giù nei pensieri e nello stomaco. In nome di Allah una donna, la sua baby sitter, l’ha uccisa e ne ha portato in giro il macabro trofeo. Nessuna felicità da raccontare né per la povera vittima, né per i suoi genitori, né per l’assurda carnefice, né per chiunque abbia assistito a quello scempio o ne abbia solo sentito parlare.
Mentre dibattiamo sulle adozioni più o meno giuste di questa o quella coppia, su come i bambini potrebbero crescere in un ambiente “anormale”, su quanto un figlio possa più o meno influenzare la carriera politica di una donna, alla parte più fragile di questo nostro mondo ansimante non stiamo in realtà prestando la minima attenzione. Le lotte sono le nostre, le chiacchiere sono le nostre, nostri sono i delitti, nostri i principi ai quali ci appelliamo per giustificare le nostre azioni, arrivando spesso a sbagliare, anche in modo tragico.
Abbiamo manie di grandezza, ma non abbiamo grandezza“, sottolinea l’amara ironia di un comico.
Con questi presupposti ci avviciniamo a una Pasqua che rimane in sordina, pur coltivando in sé un messaggio straordinario di amore pieno e di luce esplosiva. Non ce ne accorgiamo nemmeno. Il passaggio dalla morte alla vita è impantanato al di qua.
Da queste sabbie mobili ci stiamo facendo risucchiare senza muovere un muscolo, senza sprecare una parola che possa avere potere di cambiamento.
Aspettiamo la risurrezione, ma lasciamo che siano gli altri a morire. Noi non siamo disposti a farlo. Vorremmo direttamente il riscatto, senza abbandono delle nostre debolezze.
Dedico l’articolo di questo mese di festa a chi la festa non sa cos’è. A chi crede che il buio sia l’unica realtà perché nessuno ha mai acceso per i suoi occhi una candela.
Ai bambini che non hanno domani. Risorti senza essere nati.

 

Pubblicato su “in Dialogo” di marzo 2016

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