Malinconicamente ti amo

1 Posted by - 17 novembre 2015 - Editoriali

In giorni di asfalti graffiati da frenate fatali, pistole fumanti in mano ad adolescenti senza senno pronte a togliere la vita a chi la vita la dà, mostri che esplodono improvvisi a mangiare la carne di corpi inermi di fronte alla malattia, la morte non ha niente di umano. Assume fattezze di una folle incetta di uomini e donne e sembra lontana dall’inevitabile e pacata fine terrena che ci si dovrebbe aspettare. E’ spietata, inconcepibile, silenziosa eppure capace di scatenare urla assordanti.
Allora ai punti interrogativi che ci lascia, vorrei rispondere con quello che non riesce a portarsi dietro, quei legami che rimangono integri, anche se vengono schiacciati tra le lamiere di un incidente stradale o sfiniti da chemioterapia e interventi o offuscati da varie forme di viltà.
L’amore, per quanto paradossale possa sembrare, si potenzia nel momento in cui ha a che fare con la morte. Si mette in moto in ogni cellula, vaga nell’aria, ma non si ferma davanti all’assenza. Sale oltre le nuvole e nella sua vertigine si rende conto dell’immensità. L’amore non ha paura di sembrare ridicolo, di sentire la mancanza, di non trovare completezza nella solitudine. Ma si alimenta della gioia vissuta, del bene creato, scambiato, imparato.
Piange, ma non è mai pronto alla resa. Si arrabbia quando il desiderio di toccare si perde nell’inconsistenza di una nebbia tenue, ma nel pregare ristabilisce un contatto con l’altro che non ha nessun tipo di ostacolo davanti. Nasce un dialogo unico che alimenta forze che si credono seppellite sotto terra umida o dietro marmi freddi.
L’amore sopravvive all’ultimo respiro. Ecco perché non può spegnersi per uno screzio o per un’incomprensione. Quando c’è, fermenta come il vino più buono. Lo possiamo vedere negli occhi dell’altro, va attraversato da parte a parte con la pelle e con ardimento senza timori reverenziali. E’ passione ed empatia, è viscere e sogno.
La crudeltà che siamo stati capaci di impiantare in questo mondo, messo duramente alla prova dalla nostra spavalderia, dalla nostra superficialità e da certezze senza fondamento, trova l’apice in dipartite a volte strazianti a cui non riusciamo a rassegnarci. Da questo dovremmo comprendere l’importanza della bellezza dei rapporti condivisi in toto, dei progetti alimentati giorno per giorno, insieme.
Non si dovrebbe aspettare la fine per capire quanto emozionante fosse l’inizio e quanto calore sprigionasse tutto quello che c’è stato in mezzo.
Novembre non sia il mese dei morti, ma il mese della vita alimentata dall’amore. Non sia profumo di fiori nei cimiteri, ma desiderio di unità di anime che non ha confini di epidermide. Nostalgia che non si dispera, malinconia che vanta la ricchezza del cuore.

Nella foto Cimitero di Otavalo, Ecuador, 2 novembre 2015

 

Pubblicato su “in Dialogo” di novembre 2015

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