Ci vediamo domani. Contaci.

1 Posted by - 28 luglio 2015 - Editoriali

Ti rubo un bacio e poi vado via. Ma domani ritorno, aspettami. Mi impegnerò a non far tardi, non ti voglio abbandonare al caldo. Perché, anche se affollato, so bene che questo è il posto della solitudine. Con il male sei soprattutto tu a dover fare i conti. Non lasciarti andare, mi raccomando. Stanotte pregherò per te, per noi. E domani ci sveglieremo con la consapevolezza che andrà meglio, che ne verremo a capo.
La signora nel corridoio, quella che esce dalla stanza sempre allo stesso orario, si sta facendo i suoi soliti due passi. Sono lenti, gravati anche da quella grossa sacca che è costretta a portarsi appresso, ma non ci rinuncia. Ha bisogno di alzarsi da quel letto e di raggiungere una buona posizione per tenere d’occhio la porta d’ingresso. Non sia mai che qualcuno decida di passare a salutarla proprio in quel momento e non sappia dove cercarla.
Hai sentito al terzo piano? La notte scorsa ha partorito una ragazza. C’erano un sacco di amici in attesa dietro la porta della sala parto. L’emozione si toccava con un dito ed è scoppiata in lacrime e sorrisi quando la piccola neonata ha fatto capolino per dare il suo primo saluto al mondo. Quello sì che è un reparto felice. Delicato e felice. Delicato come lo sono le donne, felice come lo è la vita che nasce.
Devi pensare a questo quando ti viene voglia di arrenderti. Ci sono tante cose belle, anche se quella flebo al braccio, il respiro affannato e le gambe tremanti ti fanno credere altro.
Hai ragione, quell’infermiere non è per niente gentile. Chissà perché ha scelto di fare questo lavoro. Dedicarsi agli altri è una vocazione, badare alla loro fragilità una missione che non è da tutti. Ma tu abbi pazienza. Ignora, se puoi, la sua mancanza di tatto e il suo nervosismo. Al prossimo turno c’è quel giovane simpatico. Con quanta professionalità e forza ti prende in braccio per accompagnarti a fare l’ecografia o la tac! L’ultima barzelletta che ha raccontato, l’avevo già sentita, ma come riesce lui a cambiare tono di voce e a mimare certi gesti, non riesce nessuno. La risata è scattata spontanea. Se hai bisogno di qualcosa, sai che puoi chiamarlo senza problemi.
Il medico mi ha rassicurato che la cura, per quanto devastante, sta portando a dei risultati. Non gli ho potuto chiedere ulteriori dettagli, era preoccupato e impegnato con il signore della degenza accanto all’ufficio della caposala. Pare che si sia aggravato. Hanno chiamato i figli. L’ho visto con gli occhi chiusi, con la testa adagiata sul cuscino, pallido, ma incredibilmente sereno.
Allora io vado. Ci vediamo domani. Contaci. E voglio sentire che è stata una notte tranquilla, che non hai avuto particolari necessità. Io intanto preparo le tue pinne e la tua maschera. Non voglio vedere il mare se non ci sei anche tu a godere di quello spettacolo con me. Cerca quindi di tirarti su, ama l’oggi come hai amato il passato e come ami il desiderio del futuro. Il futuro è pronto e in qualsiasi parte sarà, io sarò con te.

 

Pubblicato su “in Dialogo” di luglio-agosto 2015

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